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venerdì 27 marzo 2015

Premiazione della terza edizione del Premio nazionale di Laurea “Anna De Sio” per tesi magistrali di argomento storico-religioso

di Redazione - in Premio Anna De Sio


Venerdì 27 marzo 2015, presso l’Accademia Pontaniana di Napoli si è tenuta la premiazione della terza edizione del Concorso di Laurea “Anna De Sio” per tesi magistrali di argomento storico-religioso.

A introdurre l’evento è stata Giuliana Scalera (prof.ssa di Storia delle Religioni a “L’Orientale” di Napoli e, prima, all’Università di Salerno), che ha illustrato quali siano gli obiettivi dell’associazione “Anna De Sio” e i suoi programmi futuri, spiegando che uno degli intenti è considerare la Storia delle religioni in senso allargato, non classico, dato che si guarda anche alla filosofia della religione, all’antropologia e alla letteratura in tutte le sue forme.

In seguito ha preso la parola Marisa Tortorelli, già docente di Storia delle Religioni all’Università Federico II di Napoli, che ha presentato la figura di Paolo Scarpi, professore di Storia delle Religioni all’Università di Padova e membro del Dottorato in “Studi storici, geografici e antropologici”. Paolo Scarpi da diversi anni si occupa, oltre che di storia delle religioni, anche del cibo come prodotto culturale e sarà presente come relatore all’ Expo di Milano. Scarpi ha pubblicato fondamentali studi scientifici e anche volumi di carattere divulgativo che hanno riscosso un significativo successo di pubblico, come “Si fa presto a dire Dio. Riflessioni per un multiculturalismo religioso” (2010).

Nel suo intervento Scarpi ha iniziato da un problema fondamentale: che cosa potranno fare i giovani che si laureano in Storia delle religioni? Nella situazione attuale delle Università italiane, quanti davvero faranno gli studiosi? Pochissimi.
Oggi prevale il criterio della funzionalità. Gli studi umanistici (non finalizzati a qualcosa di tecnologicamente utilizzabile) non sono utilitaristici e quindi sono considerati privi di valore. Si è arrivati al punto che i docenti universitari hanno l’obbligo di spiegare a che cosa serva la propria disciplina. Per spiegare questa situazione Paolo Scarpi ha fatto riferimento al sito della Boston University in cui non si parla di storia delle religioni ma di “religious studies”, e dove si indicano alcune possibilità di applicazione di questi studi: diventare capo di una comunità religiosa, entrare negli studi di teologia e quindi nelle facoltà teologiche, imparare a elaborare pianificazioni di marketing in relazione alle diverse confessioni religiose per introdurre prodotti e renderli accettabili.

Questa visione “inquietante” si inserisce in una situazione in cui gli studi umanistici sono sotto tiro: per esempio, ci sono stati tentativi di eliminare lo studio della storia letteraria nelle scuole e successivamente di eliminare la filosofia e la storia. Alcuni hanno iniziato a dire che il mito e la letteratura sono pura narrazione, e in quanto tali non servono a nulla.

In realtà, dice Scarpi, non c’è differenza tra letteratura e storia delle religioni se non negli oggetti, e in questo senso la letteratura è uno strumento attraverso cui si comunica una certa visione delle mondo. Il narratore esamina la società e offre un’analisi secondo il proprio punto di vista, in relazione alla percezione che egli stesso ha della società: la letteratura è lo specchio della società e in tal senso “I promessi sposi”, per esempio, vanno letti anche come una critica sociale.
Oggi questo tipo di approccio trova sempre meno spazio e si cerca di creare degli steccati dai quali è difficile uscire. Se si guarda agli ERC (European Research Council), si nota che la “History of religions” non esiste più, ma si trovano mythology, religious studies, tutto sotto una sorta di volta sacra che è Theology.

Scarpi ha ricordato come alla morte di Pettazzoni, fondatore della Storia delle religioni non solo italiana, sulla rivista Numen (1959) siano apparsi necrologi nei quali si affermava la stessa cosa: con Pettazzoni finiva un’ epoca, lo studioso italiano apparteneva al passato, e da ora altri, con nuovi metodi, avrebbero portato avanti un nuovo discorso su linee differenti.
Quali sono le alternative? Si è chiesto Scarpi.

Da una parte c’è la dimensione storico-critica-laica, dove il fatto religioso è percepito nel divenire della storia (un ‘fatto’ la cui origine è perlopiù indefinibile) e si tiene conto delle religioni come sistemi che pretendono di essere sempre uguali a se stessi (ma che con il tempo si trasformano) e che sono regolatori delle società e contenitori di senso.

L’altra posizione, che nasce con Soderblom, prosegue con van der Leeuw e continua con i nuovi orientamenti alla ricerca dell’“homo naturaliter religiosus”, è quella della fenomenologia religiosa che si sviluppa in ambienti teologici.
La domanda cruciale che Scarpi si è posto è: oggi, nel momento critico che stiamo vivendo, può la teologia essere uno strumento utile di fronte al multiculturalismo e alla pluralità delle religioni? Possiamo ancora dire “dialoghiamo insieme”? Siamo sicuri che il dialogo proposto non sia un’ipocrisia dove “abbiamo tutti ragione, ma io un po’ più di te”?
Scarpi ha ricordato come il discorso di Benedetto XVI a Reghesburg, come quello all’Aquila, sia inequivocabile: “Sì è vero, abbiamo lo stesso Dio, ma noi siamo superiori”. Che dialogo è? Il dialogo è paritetico e deve essere un invito al rispetto reciproco; sotto la teologia le verità non negoziabili dove vanno a finire?

La storia delle religioni oggi deve muovere da una prospettiva differente, e Scarpi ha citato l’articolo di Pettazzoni nel primo numero di “Numen” in cui si affermava che la storia delle religioni e la rivista avrebbero dovuto presentarsi come uno strumento per favorire il multiculturalismo e la pluralità dell’esperienza scientifica; si tratta di scienza e storia, mentre i “religious studies” e la teologia danno già come predefinito quella che è la religione perché si parte da una verità precostituita.
Nella prospettiva religiosa si parla di una realtà metastorica, di una Religione con la r maiuscola dalla quale discendono le religioni storiche, che sono i fenomeni di qualcosa di già dato. Scarpi si è chiesto: come si fa storia in questo modo? Non è storia, non è pensiero critico. Tutta la storia sul “Sacro” da Soderblom in poi è una storia fittizia che nasce da una serie di equivoci terminologici e che parte da un contesto tendente all’universalismo (non dimentichiamo, ha osservato Scarpi, che Solderlbom, insieme ad altri, è il fondatore del movimento ecumenico) che va alla ricerca di qualcosa di meno connotato del termine Dio, qualcosa che possa abbracciare tutti, e in tal senso si è introdotto il termine “sacro”. Si è assunto dunque un termine occidentale con una sua storia, una sua funzione, per mescolare le carte in un gioco che non è comparativo.
Come insegnava Pettazzoni, invece, bisogna comparare per distinguere. La Storia delle religioni deve condurre innanzitutto a definire il proprio oggetto, cioè se l’oggetto rientri in una serie di parametri e se si possa chiamarlo “religione” oppure no. Questa è una distinzione fondamentale.

Dal punto di vista giuridico nazionale ma anche internazionale, per esempio, manca una definizione univoca di religione, e c’è la corsa da parte di varie comunità a farsi riconoscere dagli Stati. Si possono usare convenzioni descrittive-funzionali, ma sono convenzioni. La Storia delle religioni abitua a dire se posso o meno usare un termine in senso tipologico, abitua a distinguere, a separare. Si può partire da una categoria, non dandola come a priori, ma usandola come categoria descrittiva, per poi applicarla. Nei “religious studies”, invece, si muove da una categoria a priori e la si applica tout court, al punto che in questi contesti il termine “religions” al plurale è quasi scomparso. Vi è in ciò il rischio di appropriarsi dell’altro, e due importanti studiosi come Lanternari (etnologo ma allievo di Pettazzoni) e Todorov hanno messo bene in luce come l’Occidente abbia usato gli strumenti concettuali per appropriarsi degli altri.

Scarpi ha concluso affermando che la Storia delle religioni è uno strumento intellettuale importante che deve utilizzare tutto il materiale possibile perché la religione si esprime in modo pervasivo: anche la letteratura, quindi, che permette di comprendere come si diffonde un modello. La Storia delle religioni non deve aver paura, al contrario deve avere il coraggio di muoversi lungo strade diverse perché è una disciplina plurima.

Se lo Stato italiano, se la buona scuola, capisse l’importanza di questa considerazione, avrebbe risolto il problema delle richieste che vengono dalle altre confessioni religiose. Porre l’insegnamento pluri-confessionale accanto all'insegnamento della religione cattolica, per Scarpi, è una strategia ingestibile, piuttosto soltanto una Storia delle religioni critica, inserita in un sistema educativo laico, può essere motore di una nuova visione.

Alla fine dell’intervento di Scarpi, dopo un’ampia discussione a cui ha partecipato il pubblico di studiosi e studenti, la prof.ssa Scalera ha premiato i tre vincitori del premio stabiliti dalla commissione formata da Francesco De Sio Lazzari, Marisa Tortorelli Ghidini e Luca Arcari: al primo posto Aniello Fioccola con una tesi dal titolo “Paganesimo: costruzione di un’idea”, al secondo posto Silvana Ciuonzo con la tesi “Per una filosofia della libertà. Lo Specchio delle anime semplici di Margherita Porete” e infine al terzo posto Salvatore Silvestro con la tesi “L’assemblea di Gerusalemme di Atti 15. Note sui rapporti con Galati 2, 1-14 e sull’osservanza del decreto nei primi secoli”.

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